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COSA POSSIAMO IMPARARE DAVVERO dalla scuola giapponese (senza copiarla)

  • 25 mar
  • Tempo di lettura: 4 min



C’è una scena che ogni volta lascia qualcosa dentro, anche solo a guardarla da uno schermo. Una classe di bambini. Non stanno facendo una verifica, nè stanno ascoltando una spiegazione. Stanno pulendo.

Uno passa lo straccio, un altro sistema i banchi, qualcuno raccoglie da terra. Si muovono insieme, quasi senza parlarsi, con una naturalezza che spiazza. Non c’è resistenza, non c’è quel continuo richiamo dell’adulto, non c’è il bisogno di dire cento volte cosa fare.

Ogni volta qualcuno commenta: “Ecco, lì sì che sanno educare.”, ma la vera domanda è un’altra, ma è davvero così semplice?


Negli ultimi anni si è diffusa molto questa idea che in Giappone, nei primi anni di scuola, non conti il rendimento ma il carattere. È una frase che colpisce, perché tocca qualcosa che sentiamo anche qui, nelle nostre classi, nelle nostre case come yn bisogno di tornare a qualcosa di più umano, più essenziale.


Ed è vero, ma non nel modo in cui viene raccontato si attiva, spesso senza accorgercene, è un vero e proprio effetto alone culturale.


Perché non si tratta di una scuola più leggera o più libera. Non è un sistema morbido, dove i bambini fanno quello che vogliono e crescono “in modo naturale”. È, al contrario, un sistema molto strutturato, molto chiaro, molto coerente.

La differenza è che nei primi anni non si lavora solo sulla testa, si lavora sul modo di tare nel mondo e questo non avviene attraverso discorsi o spiegazioni, ma attraverso ciò che i bambini fanno ogni giorno. Puliscono, servono il pranzo, si spostano insieme, rispettano ritmi condivisi. Non sono attività secondarie. Sono educazione.

Nessuno spiega cosa significa responsabilità, la fanno vivere, nessuno fa una lezione sul rispetto, lo si pratica insieme, ogni giorno, con gesti semplici e concreti.

Ed è qui che cambia tutto, perché ciò che passa dal corpo… resta.


Allo stesso tempo, però, è importante dirlo con chiarezza, perchè non è un modello perfetto. Funziona molto bene su disciplina, ordine, senso del gruppo, ma ha anche dei limiti.

L’individualità ha meno spazio, l’espressione spontanea viene spesso contenuta e crescendo la pressione aumenta. Dopo i primi anni, il sistema diventa esigente, a volte anche molto.

Quindi no, non è un paradiso educativo, è un sistema coerente, con punti di forza e punti critici e forse è proprio questa coerenza che ci colpisce. Noi italiani siamo creativi e tutta sta disciplina ci affascina ma allo stesso tempo ci spaventa.

Perché se guardiamo le nostre realtà, quello che emerge è spesso altro. Classi numerose, insegnanti stanchi, bambini che si muovono continuamente, che faticano a stare, a concentrarsi, a seguire e allora si prova a intervenire con più spiegazioni, più regole, più richieste.


Ma qualcosa continua a non funzionare, perché manca un pezzo e quel pezzo è il corpo.

Non il corpo lasciato libero a ricreazione, o confinato in una misera ora alla settimana di educazione fisica, non il movimento come sfogo, ma il corpo come parte integrante dell’apprendimento, un corpo che organizza, che regola, che costruisce sicurezza attraverso il gesto, il ritmo, la ripetizione.

Nel modello giapponese questo c’è, anche se in una forma molto disciplinata, qui tutto è vecchio, rigido obsoleto e allora il bambino si agita, si distrae, non riesce a stare e noi leggiamo tutto questo come un problema di comportamento, di attenzione, a volte anche come qualcosa di più, basta medicalizzarli e così il problema si risolve.


Ma spesso non è questo, si tratta di un sistema che non accompagna a trovare un equilibrio nel bambino, quello stesso equilibrio manca anche fuori, in un sistema sociale, economico e politico che è arrivato al limite, che continua a spingere senza sostenere, che pretende adattamento ma non offre struttura, che chiede performance anche dove manca stabilità.


Tutto si sta muovendo, ma senza una direzione reale e in questa confusione chi è più sensibile ne paga il prezzo più alto.

I bambini non sono il problema, sono il riflesso di una società in profonda trasformazione.


A questo punto la tentazione è quella di copiare come educano a scuola i bambini in Giappone...se funziona lì, portiamolo qui.

Ma non è questa la strada.

Quel modello nasce dentro una cultura precisa, con valori collettivi molto forti, con una storia diversa dalla nostra. Portarlo qui così com’è non funzionerebbe.

Quello che possiamo fare, invece, è cogliere il principio.


Un bambino non impara a stare nel mondo ascoltando spiegazioni. Impara attraverso ciò che vive ogni giorno, nel corpo, in casa soprattutto e poi nella scuola.

Se vive caos, interiorizza caos. Se vive incoerenza in famiglia, interiorizza incoerenza.

Se vive rigidità, interiorizza rigidità.

Ma se vive ritmo, presenza, relazioni sane, costruisce dentro di sé quelle stesse qualità e questo apre a una domanda molto concreta.

Cosa possiamo fare, qui, oggi, nelle nostre classi, con quello che abbiamo?

Perché le classi sono piene, gli insegnanti sono spesso soli e il sistema ha dei limiti reali, non possiamo ignorarlo. Non servono rivoluzioni impossibili, a volte bastano piccoli spostamenti.


Inserire momenti di movimento guidato, non casuale, creare routine semplici che si ripetono ogni giorno, coinvolgere i bambini in azioni reali, non solo simboliche.

Dare al corpo uno spazio continuo, non occasionale.

Non è questione di avere più tempo, è solo questione di usare in modo diverso quello che già c’è.

Forse il punto non è scegliere tra disciplina e libertà, tra struttura ed espressione, forse il punto è integrare. (adoro questa parola, è la base del Metodo Gioìa)

Costruire bambini che siano radicati, ma non rigidi, liberi, ma non dispersi, presenti, ma non compressi.

Tutto ciò non nasce da un modello copiato. Nasce da uno sguardo più consapevole.

Perché alla fine, più che capire il Giappone, abbiamo bisogno di tornare a guardare davvero i bambini che abbiamo davanti.

Ogni giorno.

Nei loro movimenti, nei loro segnali, nel loro modo di stare., quindi credo che la domanda più onesta non è quale sistema sia migliore, ma come possiamo educare in modo più vero, partendo da ciò che è essenziale.


Alessandra Gioia Morri

founder Metodo Gioìa4kids

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